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Il Teatro di Slowmachine ha ospitato Julia Kent, violoncellista canadese che seguo da molti anni, per un concerto intenso e coinvolgente. L’artista ha confermato ancora una volta la sua straordinaria capacità di tradurre emozioni e sensazioni in musica.

Il suo violoncello, affiancato sapientemente da strumenti elettronici, non ha mai perso il carattere classico, ma al contrario ha creato un tappeto sonoro ricco e complesso, quasi come se un quartetto d’archi si fosse materializzato sul palco. Grazie all’uso delle loop machines, Julia ha tessuto architetture sonore avvolgenti, trasformando ogni brano in un’esperienza immersiva e cinematografica.

Le composizioni, spesso improvvisate, si sono rivelate come piccoli naufragi su isole sonore, evocando momenti di vita vissuta con un’intensità palpabile. I brani tratti dal suo ultimo disco, Asperities (tre anni fa), hanno mostrato un lato più oscuro e potente della sua arte, nato, come racconta l’artista, dal confronto con conflitti interiori e globali.

Il pubblico ha accolto con entusiasmo ogni pezzo, accompagnando il flusso sonoro con un silenzio rispettoso, interrotto solo dagli applausi alla fine di ogni suite. La serata si è chiusa con la promessa di un nuovo disco in arrivo, lasciando tutti con la sensazione di aver vissuto un’esperienza unica, in bilico tra classico e contemporaneo, intimo e universale.